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Il ruolo dei sensori ambientali nel contenimento della pandemia

Uniti a un software di monitoraggio e a strumenti per la purificazione dell’aria possono essere di contrasto alla diffusione di virus e batteri, mantenendo la salubrità degli ambienti

Con la cosiddetta “seconda ondata della pandemia” abbiamo assistito a una nuova ripresa delle termocamere. Con in più la consapevolezza che questi strumenti, con le accortezze dell’intelligenza di un software, potevano essere anche un efficace strumento per la gestione degli accessi e per il controllo della forza lavoro. Ma l’evoluzione più interessante, almeno per chi scrive, ha riguardato il mondo della sensoristica. Prima della pandemia i sensori ambientali erano relegati ai margini delle vendite o in ambito specialistico. Oggi invece sono chiamati a giocare un ruolo di primo piano nella verifica delle condizioni di salubrità degli spazi di relazione ma non solo. I sensori ambientali sono stati l’elemento chiave di questo approccio scientifico alla gestione della sicurezza.

I sensori ambientali, come funzionano

Oggi i sensori ambientali più evoluti misurano (direttamente o indirettamente attraverso un calcolo per differenza) CO2, composti organici volatili (VOC), PM, THL (temperatura, umidità e luce). La quantità di anidride carbonica in un ambiente è, ovviamente, direttamente proporzionale alla quantità di persone che vi respirano. Basterebbe questo dato per gestire un ricambio d’aria, limitandolo a quando effettivamente necessario. Altrimenti, grazie a un software di gestione, il sensore può azionare un automatismo a superamento di una soglia, per esempio può comandare l’apertura di una finestra o l’azionamento del ricircolo (ad esempio nelle aule scolastiche). Una scelta di questo tipo non ha solo benefici di tipo ambientale, ma anche dei consumi. Tenere sempre aperta una finestra per garantire aria pulita incide sui consumi di gas per il riscaldamento, perché per mantenere la temperatura impostata bisognerà consumarne molto di più.

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I composti organici volatili possono essere definiti come quelle emissioni generate da inquinamento indoor (vernici, detergenti, vapori, condensazioni ecc.). Stazionano in sospensione e possono essere potenzialmente nocivi, come nel caso dei composti che si generano dall’evaporazione dei panni lavati e stesi ad asciugare. Il loro comportamento è stato di recente studiato dai produttori di sanificatori. A questo punto è d’obbligo un approfondimento. L’emergenza sanitaria ha dato una nuova centralità al sensore ambientale. Ma la disponibilità di un dato non può essere fine a se stessa e quindi si è assistito ultimamente a un grande lavoro per farlo diventare uno strumento attivo di contenimento di batteri e virus. È questo il caso, come detto, dei produttori di strumenti di sanificazione. Questi strumenti, prima della pandemia, non avevano esigenze particolari di funzionamento ed erano regolati in gran parte da semplice accensione e spegnimento manuale. I sanificatori che operano con la fotocatalisi, per fare un esempio, lavorano anche in presenza di persone negli ambienti. L’uso manuale non sempre è ottimale. Basti pensare alle sale convegno piuttosto che negli uffici o sale riunioni, dove la presenza può non esserci per molto tempo e sarebbe quindi uno spreco fare andare in continuo questi strumenti che comunque consumano energia.

sensori ambientali

Qual è il parametro migliore

Ma che parametro bisogna utilizzare per azionare in modo intelligente un sanificatore, specie in epoca Covid?
Come detto, in una prima fase le aziende si sono trovate ad avere tecnologie di sanificazione senza strumenti integrati per la misura della loro efficacia. D’altronde, mentre è possibile oggi verificare la presenza di anidride carbonica, è purtroppo impossibile misurare la presenza di virus. La soluzione è stata quella di legare il funzionamento intelligente dei sanificatori al comportamento di alcune particelle in sospensione aerea. Secondo alcuni studi, il comportamento dei VOC era in gran parte assimilabile a quello della presenza di virus nell’aria. Stessa cosa non può dirsi per la CO2, perché la fotocatalisi la produce e quindi il macchinario non si spegnerebbe mai. Il problema però dei VOC è che non sono una presenza strutturale degli ambienti chiusi e quindi il rischio (per quanto raro) è quello di non avere un parametro reale per il funzionamento. E quindi? Oggi è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare i PM come parametro. Questi non solamente sono una presenza strutturale dei nostri ambienti, ma sono facilmente misurabili.

Un sistema completo

Eccoci quindi arrivati a definire un sistema intelligente, che può modularmente unirsi a eventuali strumenti per la gestione e la misura dei consumi energetici. Un sistema composto da un sensore ambientale, un software di monitoraggio e gestione e da strumenti di sanificazione, che andranno scelti in base alle esigenze e alle tipologie degli spazi che devono essere resi salubri. Un capannone industriale ha ovviamente esigenze molto differenti da una sala riunioni, e quindi sarà strategico valutare quale tipo di macchinario per la sanificazione sarà più utile. L’obiettivo è quello di unificare le azioni per la gestione del comfort propriamente inteso (illuminazione, temperatura, ecc.) con quelle per la tutela della sicurezza.

L’ecosistema sopra delineato ha poi la possibilità di essere integrato con termocamere per il rilevamento di temperatura e presenza mascherina. Strumenti che possono poi essere “elaborati” fino a diventare elementi di gestione del personale, controllo accessi e derivati. Questo piccolo impianto può essere una valida soluzione per le scuole: un sensore per aula (la CO2 verifica anche l’assembramento), un sanificatore e una termocamera in ingresso per verificare stato di salute dello studente. Un caso pratico che dimostra come la tecnologia abbia già oggi soluzioni per migliorare la nostra sicurezza senza rinunciare a libertà e diritto all’istruzione.

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