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.Industry 4.0

Spatial Computing: per i designer nuove sfide di progettazione in 3D

Lo Spatial Computing apre nuove strade alla progettazione anche nel mondo industriale. Consente infatti ai dispositivi di percepire il mondo circostante e di sviluppare una consapevolezza spaziale in grado di fornire informazioni contestuali all’esperienza

Dopo l’era del Personal Computing e quella del Mobile Computing, siamo ufficialmente entrati nell’era dello Spatial Computing, una delle tante rivoluzioni legate all’Internet of Things che sta impattando il mondo industriale, conosciuta anche come Extended Reality (XR) e contraddistinta da esperienze vissute all’interno di un continuum tra realtà e virtualità.

Lo Spatial Computing consente infatti ai dispositivi di percepire il mondo circostante e di sviluppare una consapevolezza spaziale in grado di fornire informazioni contestuali all’esperienza. Considerando un trend come il Metaverso, che ha avuto un boom di richieste e attenzioni negli ultimi mesi, ci si predispone per sviluppare connessioni tra applicazioni diverse in un sistema collaborativo e multipiattaforma, grazie a una mappa spaziale comune che può essere condivisa tra dispositivi eterogenei. Il Metaverso fonde in questo modo perfettamente il mondo fisico e quello virtuale, per restituire all’utente un’esperienza coerente in scala 1:1 sia con piccoli ampliamenti del mondo reale, sia con ambienti virtuali completamente immersivi.

Le nuove realtà: Augmented, Mixed, Virtual

Anche attraverso esempi di questo tipo è evidente come l’evoluzione naturale a cui stiamo andando incontro è quella di un mondo con meno computer e più interfacce e oggetti digitali che ridefiniscono completamente il processo esperienziale. Il campo dell’Extended Reality è vasto e fa da ombrello a diversi livelli di realtà su cui tutti i giganti tecnologici stanno investendo ingenti capitali: Augmented Reality (AR), Mixed Reality (MR), Virtual Reality (VR). Recenti stime sostengono che il mercato globale della XR raggiungerà i 300 miliardi di dollari entro il 2024 e sempre entro il 2025, quasi il 75% della popolazione globale e la quasi totalità degli utenti di smartphone saranno utilizzatori abituali di AR.

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Tramite l’Augmented Reality i contenuti digitali vengono sovrapposti al mondo reale. L’utente vede il mondo fisico esteso e migliorato con elementi, oggetti, interfacce o suoni digitali, non presenti nella realtà. L’AR è supportata da device mobili dotati di fotocamera, occhiali intelligenti o head-mounted display, come i Google Glass mentre dispositivi più sofosticati come gli HoloLens di Microsoft permettono di percepire lo spazio circostante e di poter così integrare e persistere contenuti digitali ancorandoli al mondo fisico.

La Virtual Reality è invece una sorta di controparte dell’ambiente reale poiché descrive esperienze in cui la realtà è completamente cancellata, sostituita da un mondo virtuale sintetico. La VR offre l’opportunità di progettare esperienze completamente nuove o perfino impossibili con un’experience totalmente immersiva. Al momento, queste applicazioni utilizzano immagini e audio interconnessi, ma si attendono sviluppi ulteriori sul livello di immersione raggiungibile, anche attraverso il coinvolgimento di altri stimoli sensoriali.

La Mixed Reality racchiude tutte le esperienze che si collocano nello spettro tra realtà e virtualità, che arricchiscono la percezione reale del mondo con elementi creati digitalmente per migliorare ciò che c’è già fisicamente. La MR consente interazioni sia con il mondo reale che con quello virtuale, discostandosi dall’Augmented Reality sotto il profilo del design poiché l’interaction si sposta dallo spazio 2D allo spazio 3D, cambiando di base il carattere dell’esperienza offerta.

Verso lo spatial computing

Il passaggio allo Spatial Computing e le più recenti tecnologie 3D sviluppate, stanno dunque abilitando orizzonti creativi sempre più challenging nei vari ambiti di progettazione e crescente è il trend da parte dei designer di realizzare concept direttamente in 3D. Di fatto, stiamo assistendo a una rivoluzione a livello globale che passa da un tradizionale approccio di progettazione 2D a progetti sempre più collaborativi che necessitano di partire già in formato tridimensionale, per costruire esperienze immersive dinamiche, in real-time e accessibili all’interno di un mercato in continua evoluzione e democratizzazione tecnologica.

A differenza di quanto si possa pensare, progettare per il 3D non significa semplicemente rispecchiare il 2D nello spazio tridimensionale, ma ampliare l’attuale processo di design per strutturare utilizzi coinvolgenti integrati nello spazio fisico/virtuale, adattandosi a modalità di interazione più naturali e considerando che il cervello umano si è ormai evoluto e abituato a gestire un ambiente fisico tridimensionale intorno a noi.

Nuovi skill per lo Spatial Computing

Da un lato, le opportunità di miglioramento della user experience sono certamente notevoli, ma per i designer il 3D significa anche dover apprendere rapidamente nuovi metodi di lavoro e competenze, oltre che ad abituarsi a nuovi strumenti e flussi di lavoro. Pensiamo ad esempio al controllo che i progettisti avevano in ogni fase del percorso dell’utente nella tradizionale logica 2D e che ora viene decisamente meno. Lo spatial computing pone di fatto i designer in un rapporto di co-autorialità e co-progettazione con l’utente poiché la prospettiva in prima persona permette all’utilizzatore di manipolare il proprio virtual journey attraverso interazioni in tempo reale.

Grazie all’esperienza maturata collaborando con i nostri partner industriali, in Reply abbiamo messo a punto una metodologia per supportare il nuovo modo di progettare in 3D abilitato dall’implementazione congiunta di AR, MR e VR, identificando sei elementi chiave di cui i designer contemporanei hanno a nostro avviso bisogno per svolgere il proprio lavoro in maniera efficace.

  • Imagineering: fondere la creatività con il know-how tecnico. Si tratta di un metodo di visualizzazione creativa che intenzionalmente crea coinvolgimento facendo diventare realtà l’immaginario, necessario per progettare esperienze fluide e coerenti includendo l’interazione dell’utente e diversi elementi modulabili, come il suono o il movimento, per approfondire l’immersione.
  • Storytelling: creare una trama che catturi l’attenzione. I designer stanno perdendo progressivamente il controllo sulla telecamera nelle ambientazioni 3D; pertanto, la narrazione diventa fondamentale per guidare l’esperienza dell’utente, coinvolgerlo e consentirgli una navigazione efficace.
  • Storyboarding: veicolare il racconto attraverso uno storyboard per giungere ad uno scenario coerente che potrà essere successivamente prototipato e testato. In 3D, l’aggiunta della terza dimensione rende spesso difficoltosa la comunicazione delle idee: l’utente può infatti muoversi liberamente ed è necessario che il designer comunichi la storia attraverso uno storyboard a diversi livelli di fedeltà per diverse fasi o occasioni.
  • Bodystorming: una tecnica di design thinking costruita sull’idea del brainstorming che consente ai designer di sperimentare fisicamente una situazione e poter guidare l’ideazione. Per determinare se i flussi di lavoro immaginati funzionano, queste brevi improvvisazioni o, appunto bodystorming, possono essere registrate e consegnate a un esperto per la revisione o eseguite direttamente in presenza di esperti per ricevere un feedback immediato su ciò che va modificato prima di procedere con ulteriori investimenti sul progetto in termini di tempo e denaro.
  • Prototipazione in 3D, che prevede un insieme di tecniche industriali che diventano cruciali per iniziare a progettare esperienze spaziali direttamente all’interno dello scenario 3D ed effettuare prototipi nel contesto finale desiderato;
  • Accessibilità, per spingere i designer ad acquisire nuove conoscenze nelle modalità di utilizzo e nuove tecnologie abilitanti come il feedback aptico, l’eye tracking o il controllo vocale per una progettazione sempre più inclusiva.

In questo processo, diventa fondamentale che il team di lavoro comunichi e documenti le idee nella tridimensionalità, ma anche la rapida prototipazione o l’efficacia dei test sulle idee per scovare eventuali insidie già nelle prime fasi del processo.

Le cinque fasi della progettazione

Il passaggio al 3D prevede infine un ripensamento di tutte le fasi di progettazione. Scoprire, Definire, Prototipare, Progettare, Valutare: 5 macroazioni a cui ora vanno aggiunti una nuova dimensione e nuove modalità di interazione per abilitare esperienze sempre più inclusive.

I sei elementi della metodologia Reply entrano in gioco nelle diverse fasi specifiche della progettazione. L’imagineering risulta fondamentale nell’ottimizzazione dello step iniziale di Discover, così come lo Storytelling, lo storyboarding e il bodystorming sono cruciali nel momento di Define in cui le idee devono essere trasmesse e condivise. La prototipazione in 3D impatta direttamente sulla fase core di progettazione tramite strumenti dedicati, mentre l’accessibilità è da considerarsi un tema trasversale orientato a un approccio di Design for All e declinato su temi più ampi, quali sostenibilità, sicurezza, comfort, dagli ampi risvolti positivi poiché soluzioni confortevoli sono apprezzate da tutti e in alcuni casi necessarie.

 

L’immagine di apertura è tratta dal sito di Reply

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