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Smart city italiane, qualche progresso e molti ostacoli

Le tecnologie ci sono, così come le buone idee, ma le risorse economiche a disposizione sono esigue e servirebbe una maggiore collaborazione, individuando le “città faro”. Sindaci ed esperti a confronto, in un convegno organizzato in occasione di Smau a Milano

Il decreto sulla banda larga va bene, perché costruisce un quadro organico, fornisce certezze “Se no – ha spiegato chiaramente il sindaco di Torino Piero Fassino – fai un presepe”. Ma il principale problema rimane quello dei finanziamenti. Al convegno organizzato da Smau sulla “Via italiana alle città intelligenti” aziende e amministratori locali si confrontano, ma c’è un altro attore continuamente evocato negli interventi dei sindaci. È il governo, il premier Mario Monti.

“Dal 2007 in poi – ha ricordato Fassino – si è accentuata la riduzione delle risorse a disposizione dei comuni. Questo sta inibendo qualsiasi possibilità di mettere in campo una progettualità. Il comune di Torino dal 1 gennaio 2011 a oggi ha visto tagliati i trasferimenti dello Stato per oltre duecento milioni di euro per una città che ha un bilancio di 1,3 miliardi”.

Un punto di partenza difficile per iniziare a parlare di smart city. Perché sono tutti d’accordo sulla necessità di una cabina di regia a livello nazionale, ma se nelle casse comunali sono disponibili 14,5 miliardi di euro che non possono essere spesi a causa del patto di stabilità, ha spiegato Antonella Galdi responsabile innovazione dell’Anci, allora la faccenda si fa ancora più complicata.

Eppure qualcosa si muove. Il Piano nazionale per le città varato dal governo ha ricevuto oltre quattrocento proposte. “Le amministrazioni comunali sono in grado di progettare”, ha affermato Galdi, anche se le risorse sono esigue visto che si parla di poco più di duecento milioni di euro.

Il rischio reale è di rimanere ancora una volta indietro rispetto agli altri Paesi europei. Horizon 2020, ha ricordato Giancarlo Capitani di NetConsulting, è lo strumento fondamentale della Ue. Si tratta di un programma unico che fa da ombrello di tutte le iniziative sull’innovazione, ispirato alla concretezza per tradurre i risultati dei progetti in prodotti e servizi innovativi che cambiano in meglio la vita di cittadini, imprese e Pa.

In questo modo, ha proseguito Capitani, si passa dalle città digitali all’ecosistema delle smart city. Secondo l’ultimo documento pubblicato dall’Unione europea, occorre sviluppare progetti integrati basati su energia, trasporti e Ict, con obiettivi e ritorni definiti. Realizzare partnership tra vendor e città di natura finanziaria e sul concept dei progetti. “Questa partnership dovrebbero dare luogo a una ventina di progetti faro replicabili su larga scala nelle città europee, in modo che diventino premianti le economie di scala con il diffondersi del riuso”.

Per fortuna “Anche in Italia qualche cosa si muove” ha osservato Capitani. Nella Penisola c’è grande attenzione per le tematiche legate a mobilità sostenibile, efficienza energetica anche per gli edifici, mentre turismo e cultura sono relegate in fondo alla classifica. Rispetto all’Europa la differenza fondamentale risiede nell’approccio al tema. I gap sono quattro: la frammentarietà dei progetti che non fanno capo a una visione strategica, il vincolo di bilancio, la natura burocratica – che significa la inadeguatezza del corpo normativo, arretrato rispetto alla tematica delle smart city – e la scarsa replicabilità dei progetti. In più, conclude l’Amministratore delegato di NetColsunting, abbiamo una minore capacità di accedere ai fondi Ue, oltre alla mancanza del ruolo faro delle grandi città.

Animato da “un forte bisogno di concretezza” dopo la discussione della mattinata, Alessandro Perego del Politecnico di Milano ha suggerito un percorso per arrivare alle smart city. Dal punto di vista tecnologico, l’Internet delle cose è un ambito fondamentale per lo sviluppo delle città intelligenti con la realizzazione di una rete che interconnette gli oggetti.

Il Politecnico ha studiato 88 casi con 160 applicazioni che danno un quadro interessante dal punto di vista delle sperimentazioni. Ma non si tratta solo di test. Smart card, smart metering elettrico, un po’ di domotica sono ambiti applicativi maturi e qualcosa si muove anche nei trasporti pubblici e nella gestione dei rifiuti.

Il problema è che la maggior parte di queste iniziative sono monofunzione affrontate con la logica del singolo progetto applicativo. Il 99% dei progetti, infatti, non risponde al paradigma di una rete che abilita molte funzioni.

Che fare? “La tecnologia non è l’ostacolo, è disponibile anche se è importante conoscerle”. Il problema è quello del valore. I costi infrastrutturali non sono indifferenti. I benefici sono in qualche caso facilmente monetizzabili, altri meno. Per questo è necessario realizzare progetti sinergici che fondino la progettualità su una infrastruttura comune, perché in caso contrario gli investimenti si moltiplicano.

Una Smart urban infrastructure è l’ipotesi sulla quale stanno lavorando all’interno dell’ateneo milanese. Si tratta di una infrastruttura di comunicazione condivisa in grado di fornire una quantità di servizi diversi in modo da condividere l’investimento iniziale per una molteplicità di benefici e sviluppare servizi non immaginabili a priori.

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29 novembre 2016