Direttore Responsabile: Maria Teresa Della Mura

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IoT consumer, un'indagine Ue sottolinea i rischi di posizione dominante

Pubblicato il report finale della Commissione europea sulla situazione dell'IoT consumer. Preoccupano le posizioni dominanti dei grandi player che guidano i processi di interoperabilità e limitano l’ingresso di nuovi attori

Che le big tech condizionino le scelte dei clienti e costringano le aziende digitali più piccole ad adeguarsi alle loro priorità, è cosa risaputa. Quanto e in che modo ciò avvenga nel contesto IoT, lo si può scoprire dal report finale pubblicato il 20 gennaio dalla Commissione europea, a distanza di qualche mese dal lancio dell’indagine settoriale sulla concorrenza relativa all’Internet of Things per il mercato consumer. I presupposti da cui prende le mosse la relazione, accompagnata da un documento di lavoro che riassume i principali risultati dell’indagine, sono che l’uso di prodotti IoT di consumo stia diventando sempre di più parte integrante della vita quotidiana degli europei. Tant’è vero che si prevede una crescita del fatturato globale dell’IoT dai 105,7 miliardi di euro del 2019 a circa 404,6 miliardi di euro entro il 2030. Un incremento che, con riferimento all’ambito della smart home, vedrà raddoppiare il valore nel periodo 2020-2025 da 17 a 38,1 miliardi di euro soltanto in Europa.

Le premesse dell’indagine della Commissione europea su IoT consumer

La fonte primaria utilizzata dall’indagine sono state le informazioni raccolte in seguito all’invio di 4 questionari, a partire dal luglio 2020, ad altrettante categorie di imprese. Le realtà coinvolte sono infatti attive nella produzione di dispositivi per la smart home, nella fornitura di assistenti vocali, nell’offerta di servizi IoT consumer e nella produzione di wearable device. Un quinto questionario, infine, è stato proposto alle organizzazioni che si occupano di certificazione degli standard industriali. Il tipo e il numero di domande variavano nei cinque questionari, ma si concentravano su 5 aspetti ritenuti essenziali:

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  1. caratteristiche dei prodotti e dei servizi dell’IoT consumer;
  2. caratteristiche della concorrenza nel settore, comprese le potenziali barriere all’entrata e il ruolo delle varie strategie di business;
  3. interazione tra dispositivi, servizi e assistenti vocali, incluse le questioni legate all’interoperabilità, alla preinstallazione, alle impostazioni predefinite, all’esclusività e ad altri trattamenti preferenziali;
  4. ruolo degli standard, con particolare riguardo alle organizzazioni che stabiliscono tali standard;
  5. ruolo dei dati, soprattutto inerente alla loro raccolta, a come vengono scambiati tra le parti, a come vengono utilizzati e potenzialmente monetizzati dalle aziende, alla loro interoperabilità e portabilità.

Sebbene la selezione dei destinatari non avesse uno scopo di rappresentatività statistica, ugualmente le risposte pervenute da oltre 200 imprese e da 14 organizzazioni certificatorie sono servite a stilare la relazione preliminare pubblicata il 9 giugno 2021, seguita da una consultazione pubblica che si è conclusa nel settembre scorso. Ecco i risultati dell’indagine contenuti nel report finale.

IoT consumer: prodotti e servizi, concorrenza, standard, interoperabilità, dati

  1. Caratteristiche dei prodotti e dei servizi

I risultati dell’indagine non fanno altro che confermare il trend di crescita dell’IoT consumer e la dimensione sempre più “smart” per l’impiego domestico e come dispositivi wearable. Inoltre, gli intervistati indicano la tendenza verso una maggiore disponibilità di assistenti vocali generici come interfaccia utente che permette l’interazione con questa tipologia di device. Quelli più diffusi nell’Unione europea sono Alexa di Amazon, Google Assistant e Siri di Apple. Consentono di accedere a una vasta gamma di funzioni come l’ascolto di radio, notizie o podcast, la riproduzione di musica, il controllo di dispositivi domestici o l’aiuto nella pianificazione ed esecuzione della routine quotidiana. A fianco degli assistenti vocali, continuano a riscuotere grande popolarità le app mobili per accedere agli smart device e ai servizi IoT dei consumatori. In questo ambito, esistono praticamente soltanto due sistemi operativi leader, Android e iOS.

  1. Caratteristiche della concorrenza nel settore

La maggior parte degli intervistati identifica nel costo dell’investimento tecnologico la più rilevante barriera all’ingresso o all’espansione del settore, senza dimenticare varie questioni riguardanti l’interoperabilità, la mancanza di accesso ai dati e gli ostacoli normativi. Ad esempio, i rispondenti considerano improbabile la nascita di nuovi operatori sul mercato degli assistenti vocali generici nel breve termine, dato che i costi di sviluppo e gestione sarebbero quasi proibitivi. Il sostanziale oligopolio degli assistenti vocali diventa un duopolio se si pensa ai sistemi operativi utilizzati per i dispositivi intelligenti e, di conseguenza, funge da deterrente per lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Ne deriva un’estrema difficoltà a competere con quei colossi che hanno costruito i propri ecosistemi all’interno e all’esterno dell’ambito IoT rivolto ai consumatori, poiché sono loro a determinare i processi per integrare i dispositivi e i servizi sia smart sia mobili.

  1. Interazione e interoperabilità nell’IoT consumer

La capacità di interconnettersi e comunicare con i diversi componenti di un ecosistema, cioè l’interoperabilità tra dispositivi smart, assistenti vocali e servizi, è essenziale per la piena diffusione dell’ecosistema IoT. L’interoperabilità tra diversi brand, inoltre, aiuta gli utenti ad avere più opzioni e a evitare il rischio di lock-in causato da un singolo fornitore. I risultati dell’indagine mostrano che, in pratica, i processi di integrazione che abilitano l’interoperabilità sono in gran parte guidati dagli stessi vendor citati in precedenza. Amazon, Google e Apple, di fatto, governano l’integrazione con i loro prodotti imponendo processi di certificazione che, nella maggior parte dei casi, controllano in modo unilatere. Anche le varie specifiche e i vari tipi di software, che rendono possibile l’interoperabilità con i principali sistemi operativi e i più noti assistenti vocali, sono in genere messi a disposizione di terzi previa conclusione di accordi i cui termini e le cui condizioni non prevedono spesso alcuna negoziazione.

  1. Ruolo degli standard formali e non formali

Gli standard previsti nell’IoT includono quelli necessari a integrare e collegare i dispositivi e le applicazioni, così come gli standard che garantiscono la qualità e la sicurezza delle comunicazioni IoT. Il panorama delle organizzazioni impegnate nell’elaborazione e definizione di tali standard è abbastanza nutrito. Si va da quelle di natura formale che in Europa corrispondono al CEN (European Committee for Standardization), al CENELEC (European Committee for Electrotechnical Standardization) e all’ETSI (European Telecommunications Standards Institute), fino a partnership private indipendenti quali Matter e Voice Interoperability Initiative. Se ne deduce che la combinazione di standard, tecnologie proprietarie e open source varia ampiamente a seconda dei diversi livelli tecnologici incorporati nei dispositivi e nei software. In alcuni casi si assiste a standard de facto, anche se i proprietari delle tecnologie considerate “irrinunciabili” sottolineano generalmente che nulla vieta a terzi di sviluppare o di implementare sistemi con funzionalità comparabili. Gli intervistati, comunque, divergono nella loro opinione, tra chi ritiene che sia necessaria un’ulteriore standardizzazione e chi, invece, sostiene che non sia la soluzione necessaria a supporto dell’interoperabilità.

  1. Ruolo dei dati raccolti da dispositivi e servizi IoT

Nel segmento IoT consumer la tipologia di dati raccolti varia a seconda del dispositivo. I dati possono essere ricavati in base al comportamento dell’utente, quando fa funzionare il proprio device, o nel momento in cui accede al servizio. In molti casi, i dati rientrano nel perimetro della protezione delle informazioni sensibili disciplinate dal GDPR, ma la portabilità tra applicazioni dei fornitori, comunque prevista dal regolamento europeo sulla privacy, non è molto comune. Gli assistenti vocali, ad esempio, spesso non la contemplano poiché i comandi possono essere settati esclusivamente con la voce di un unico consumatore. Dall’indagine emerge che l’utilizzo dei dati per scopi di pubblicità digitale e di profilazione, per quanto potenzialmente molto interessante a motivo della pervasività dei dispositivi smart e dei servizi IoT nella vita quotidiana, non è ancora molto avanzato. Ciò non toglie che in futuro possa diventare una fonte di monetizzazione per gli attori della filiera.

Preoccupazioni dominanti e follow-up dell’indagine

Le preoccupazioni degli stakeholder che operano nell’universo IoT consumer anzitutto si riferiscono all’interoperabilità e alla posizione dominante di pochi fornitori in grado di determinare i requisiti per far “dialogare” le tecnologie terze con i propri assistenti vocali o con i loro sistemi operativi. Anche i processi di standardizzazione, per quanto non destino particolari timori, tuttavia prestano il fianco a una frammentazione che influenza negativamente il potenziale di crescita del segmento. In secondo luogo, l’altra paura deriva da un accesso privilegiato a enormi volumi di dati da parte di alcuni e non di tutti. Il che creerebbe un vantaggio per i primi, dal punto di vista della conoscenza dei consumatori, difficilmente colmabile. Vantaggio che si configura inoltre con funzioni “out-of-the-box”, spesso disponibili per gli utenti, dominate da modelli di preinstallazione e impostazioni predefinite che semplificano da un lato l’utilizzo dei dispositivi, ma penalizzano dall’altro l’ingresso di nuovi fornitori. Infine, il tentativo di determinare l’esclusività dei propri assistenti vocali in relazione agli smart device, escludendo la concomitante possibilità di altri assistenti vocali, pone in una condizione di sudditanza chiunque voglia proporre una tecnologia analoga in autonomia.

Le ricadute concrete dell’indagine sono duplici. Qualora le preoccupazioni espresse dagli intervistati si traducessero in pratiche effettivamente anticoncorrenziali, la Commissione europea potrebbe decidere di avviare indagini specifiche, come da regolamento europeo in materia di antitrust, da valutarsi caso per caso. A ciò si aggiunge che la Commissione userà le conclusioni dell’indagine sia come base dei suoi lavori per l’attuazione della strategia digitale europea sia in funzione del dibattito legislativo in corso che punta a stabilire una legge europea sui mercati digitali.

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