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Sicurezza stradale e riduzione dei rischi: l'eCall della Commissione Europea

La Commissione ha invitato i paesi UE insieme alle industrie automobilistiche e delle telecomunicazioni europee ad impegnarsi nella diffusione in tutta Europa di uno standard per l'utilizzo di apparati basati sull'IoT per la sicurezza stradale

La Commissione ha invitato i paesi UE insieme alle industrie automobilistiche e delle telecomunicazioni europee ad impegnarsi nella diffusione in tutta Europa di eCall, progetto pensato per ridurre drasticamente i tempi di risposta dei servizi di soccorso destinati agli automezzi e ai veicoli nelle situazioni situazioni d’emergenza o di incidente. Questa tecnologia sarà accessibile a tutti e si baserà sull’uso del 112, il numero unico di emergenza europeo oggi attivo in tutta l’Unione europea. Si stima che circa 2.500 vite all’anno possano essere salvate mediante il sistema eCall, grazie all’invio dei dati di localizzazione dei veicoli al servizio di soccorso più vicino, quando una macchina viene coinvolta in un incidente. Negli ultimi due anni l’Unione europea ha messo circa 160 milioni di euro a disposizione della ricerca nelle TIC nel settore dei trasporti, visto che gli incidenti stradali rappresentano un costo per l’economia europea superiore a 160 miliardi di euro all’anno.

Si stima infatti che installare il dispositivo eCall in tutti i 230 milioni di automobili dell’UE permetterebbe un risparmio di 26 miliardi all’anno e che agevolerebbe inoltre la gestione del congestionamento del traffico stradale e l’installazione nelle automobili di servizi come la navigazione satellitare. Per la piena diffusione di eCall, l’industria automobilistica e delle telecomunicazioni e
le amministrazioni nazionali di tutti i paesi dell’UE devono garantire che i centri di emergenza siano dotati dell’equipaggiamento necessario per trattare le chiamate automatiche. Benché la tecnologia sia pronta e nonostante l’adozione di norme comuni paneuropee da parte dell’industria e dei servizi di emergenza, sono ancora 6 i Paesi non ancora disposti a impegnarsi (la Danimarca, la Francia, l’Irlanda, la Lettonia, Malta e il Regno Unito), soprattutto per motivi finanziari. La Commissione ha avvertito, in un documento politico approvato il 27 agosto, che procederà con misure normative, qualora non fossero evidenti i progressi entro la fine dell’anno.

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