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Supply Chain agroalimentare, come recuperare lo “spreco” di cibo

Sei milioni di tonnellate di eccedenza all’anno per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro. A tanto ammonta l’avanzo di cibo (circa il...

Sei milioni di tonnellate di eccedenza all’anno per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro. A tanto ammonta l’avanzo di cibo (circa il 17% del consumo totale) che via via si accumula lungo la filiera agroalimentare, dal Primario al Consumatore. Di queste 6 milioni di tonnellate circa 5,5 (92,5%) diventano poi spreco, ovvero non vengono recuperate per l’alimentazione delle persone.

E’ quanto stimato dall’indagine realizzata da Fondazione per la Sussidiarietà e Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità”.

“Obiettivo della ricerca – spiega Alessandro Perego, curatore dell’indagine con Paolo Garrone e Marco Melacini – è misurare il fenomeno delle eccedenze, da dove nasce e quanto si può recuperare. Vogliamo dare un approccio scientifico a un tema perlopiù approcciato con toni sensazionalistici, dove i termini “si spreca” e “si butta” la fanno da padrone”.

Dall’eccedenza allo spreco, un chiarimento sui termini

Da un approccio indistinto che si basa sul generico “spreco”, si è passati a un approccio più preciso e definito dove 4 termini in particolare consentono di inquadrare meglio il tema dello “spreco del cibo”: la disponibilità alimentare (intesa come produzione dell’intera filiera alimentare); l’eccedenza (l’avanzo alimentare inteso come differenza fra quanto prodotto e quanto in realtà consumato); lo spreco (quanto dell’eccedenza non viene recuperato per l’alimentazione delle persone) e il grado di fungibilità (che misura la facilità con cui si recupera l’eccedenza; si parla di bassa, media e alta fungibilità).

E’ importante fare queste distinzioni perché l’eccedenza alimentare non è detto che sia tutta uno spreco: può essere in parte recuperata, anche se la ricerca dimostra che questo avviene solo in minima parte (solo il 7,5%).

“L’eccedenza – spiega Perego – non è un errore in sé. In molti casi è un rischio di sovraproduzione che le imprese della filiera si prendono per far fronte a una domanda non prevedibile. Anche la non conformità del packaging o i resi sono cause di eccedenza, tutti fenomeni fisiologici”.

Lo spreco riguarda più gli attori economici che le famiglie

Veniamo alle note positive: il 54% dell’eccedenza è considerata ad alta o media fungibilità, il che significa che si possono recuperare a fini di consumo alimentare oltre 3 milioni di tonnellate l’anno.

Come accennato, purtroppo oltre il 92% viene “sprecato”.

Al contrario di quanto si possa pensare la maggior parte dello spreco non è “colpa” delle famiglie, ma è ascrivibile agli attori economici della filiera (55% sul totale).

In particolare, se guardiamo alle 6 tonnellate di eccedenza generate, 2,3 riguardano il settore Primario; 0,18 la Trasformazione; 0,77 la Distribuzione; 0,2 la Ristorazione e 2,5 il Consumatore finale.

Ovviamente l’eccedenza non è tutta uguale. La fungibilità dei prodotti secchi è molto alta, mentre quella dei surgelati particolarmente bassa. A livello di distribuzione, la fungibilità è alta nei centri distributivi e media nei punti vendita.

Le azioni da intraprendere

Cosa si può fare quindi per aumentare il livello di eccedenza recuperabile?

Nei segmenti ad alta fungibilità (trasformazione dei prodotti secchi o centri distributivi) il recupero è già una realtà. “Qui – prosegue Perego – si tratta di diffondere le best practice e introdurre degli elementi di valutazione economica”. Le eccedenze alimentari infatti sono un triplice costo come spiega Manuela Kron, direttore Corporate Affairs di Nestlé Italia: “costano quando sono create, costano quando devono essere distrutte e costa il fatto che non possono più fare ciò per cui sono state create, ovvero nutrire le persone”.

Per i segmenti a media fungibilità (trasformazione di prodotti surgelati, punti vendita, ristorazione collettiva), il recupero è molto limitato: solo il 10%. “In questo caso, bisogna introdurre dei meccanismi strutturati dei gestione delle eccedenze e lavorare in modo integrato con gli operatori logistici”.

Per gli attori economici, il problema di fondo è culturale: “L’eccedenza non è un errore da additare, è una questione fisiologica e può essere vista come un importante opportunità economica e di contribuzione sociale”, conclude Perego.

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29 novembre 2016